Voci Siciliane

IT ALIA REDAZIONE IT ALIA REDAZIONE Pubblicato il 28/01/2023
UN PROBABILE INDICATORE SOLSTIZIALE PREISTORICO ACCANTO AL COMPLESSO RUPESTRE DELLA GURFA DI ALIA   (di Gianni Ferrara)

UN PROBABILE INDICATORE SOLSTIZIALE PREISTORICO ACCANTO AL COMPLESSO RUPESTRE DELLA GURFA DI ALIA   (di Gianni Ferrara)

AVVERTENZA: tutte le fotografie e le figure citate sono visibili alla fine del testo.

1. Premesse e descrizione del reperto
In territorio di Alia, contrada Gurfa esiste in un masso isolato al margine della stradella pedonale lastricata in pietra, molto evidente sul lato sinistro alla fine della salita. Si tratta di una emergenza rocciosa collegata stabilmente al substrato di arenaria compatta, a pochi passi dall’omonimo complesso rupestre della Gurfa di Alia (Lat 37°44’55” Nord - Long.13°45’14” Est).
All’interno sono state ricavate in epoca sicuramente preistorica due grotticelle o cavità a forno, molto vicine fra loro. Viste esternamente (Fig.1) sono molto simili alle numerose altre piccole tombe preistoriche esistenti nelle immediate vicinanze.


[Vedi Foto 1:
Il masso con le due cavità viste dalla stradella - Nella due immagini successive (1bis e 1 ter) si vedono le sezioni verticali delle due cavità, tracciate in corrispondenza dell’asse delle due aperture]


L’ipotesi più ovvia e immediata è si tratti di due sepolture preistoriche, idea che in un primo momento appare scevra da dubbi. In effetti diversi anni fa fu proprio questa l’ipotesi formulata da Giovanni Mannino, ex funzionario tecnico della Soprintendenza di Palermo, recentemente deceduto. Egli riteneva che il diaframma che divideva le due tombe, distrutto dall’erosione, possa essere crollato.
Conoscendo e frequentando la Gurfa fin da ragazzino avevo invece immaginato di vedere in quello spazio interno una postazione destinata ad un posto di guardia che potesse controllare ed eventualmente fermare chi si avvicinava al complesso rupestre. In effetti molti anni dopo ho letto che anche lo storico aliese Ciro Leone Cardinale, in un suo scritto dei primi del 900, le aveva considerate nel loro insieme come un posto di guardia del casale. Simile interpretazione ha poi dato il prof. Carmelo Montagna, secondo il quale si tratterebbe di postazioni di presidio armato a guardia della via di accesso al complesso protostorico, un probabile archetipo delle odierne altane militari presenti sulle recinzioni delle caserme, ben note a chi ha fatto il servizio militare.
Volendo mantenere salva la prima ipotesi di due tombe preistoriche molto usurate dal tempo, si potrebbe quindi pensare ad un loro adattamento successivo.
Siamo comunque in presenza di due diverse interpretazioni: due tombe, oppure un posto di guardia, ricavato forse da una o due ex tombe vicine, appositamente unite fra loro.
Non è affatto raro che possano verificarsi interpretazioni diverse di uno stesso reperto preistorico. Oltre che per una obiettiva difficoltà dovuta alla scarsità di dati e di reperti, ciò può accadere in relazione alla prospettiva scelta per l’esame, in un campo di studio in cui il livello delle certezze resta piuttosto limitato. Il buon senso suggerisce allora di non scartare a priori altre ipotesi, specie se si dimostrano in grado di offrire un minimo di plausibilità e di coerenza con l’orizzonte culturale che si sta studiando.
Ben vengano pertanto eventuali altre prospettive di indagine, se ci permettono di ampliare la gamma delle ipotesi plausibili. Queste possono poi eventualmente essere approfondite ed analizzate con ogni mezzo disponibile. Poco importa che a prima vista possano apparire più o meno opinabili delle precedenti: l’importante è non scartarle in modo pregiudiziale senza prima averle ascoltate.
L’obiettivo principale di questo articolo è proprio quello appena enunciato.
Per esplorare una ulteriore prospettiva di indagine, proverò ad esaminare l’insieme rappresentato dalla coppia di cavità e dal masso roccioso che le ospita come un unico reperto, tenendo però anche conto dell’orientamento geografico.
Saranno analizzati per prima cosa i fatti e gli aspetti concreti e reali, frutto di osservazioni e rilievi verificabili e ripetibili da terzi. Seguiranno alcune ipotesi, formulate basandosi esclusivamente sui fatti e sui riscontri suddetti.


1. I fatti
Torniamo quindi all’oggetto del presente scritto. Questa coppia di grotticelle, se osservata molto attentamente, presenta alcune singolarità che meritano di essere approfondite.
Per quanto a mia conoscenza, non mi sembra che nella zona ci siano coppie di tombe a grotticella affiancate ed angolate fra loro in modo identico, o anche molto simile. Le due pareti di roccia del masso ove si aprono le due grotticelle, quasi verticali, formano fra loro in pianta un angolo di circa 80°. Non è possibile escludere che la verticalità delle pareti, e l’angolo che formano fra loro, siano effetto di un adattamento della roccia eseguito manualmente (Fig.2). Come in tutte le parti esterne del grande complesso rupestre della Gurfa, e come in tutte le piccole cavità tombali, l’esposizione più che millenaria agli agenti atmosferici purtroppo ha eroso i segni delle lavorazioni, ed ha fortemente smussato lo spigolo verticale fra le due pareti.


[Vedi foto 2:
Il reperto visto da una diversa angolazione di ripresa: le due pareti quasi verticali formano fra loro un angolo di circa 80°]


Altra peculiarità, non riscontrabile nelle altre numerose tombe della stessa zona, è che le due grotticelle artificiali sono talmente vicine che la tipica forma semiovoidale interna è interrotta. In piccola parte le due cavità sembrano penetrare una nell’altra. Le aperture hanno però quote differenti di alcuni decimetri, quindi questa condivisione parziale dei volumi interni non è immediatamente percepibile se non attraverso attenta osservazione in sito ed un rilievo estremamente preciso ed accurato.
Nella documentazione consultata ho rintracciato un solo rilievo grafico. Si tratta di due separati schizzi fatti a mano e non quotati, che contengono ciascuna un solo segmento indicante una scala grafica di confronto con la lunghezza di un metro. Purtroppo non ci sono riferimenti utili ad assemblare correttamente le due figure. Ulteriore complicazione: le due cavità sono rappresentate con due diverse indicazioni di orientamento geografico rispetto al Nord, non parallele. I due schizzi si trovano, insieme a molti altri, in una scheda redatta alcuni anni fa del già citato Giovanni Mannino, e sono firmati da G.Ceresia e G.Surdi.
In effetti, lo sfalsamento di quota delle due cavità rende molto complicata una rappresentazione grafica dell’insieme tridimensionale, a meno di non disporre di mezzi tecnologici, tempo e risorse che di solito non vengono destinati all’analisi di reperti così numerosi e molto simili fra loro.
Aiutandomi con alcune fotografie e qualche schizzo fatto a mano, provo tuttavia a mostrarle nel loro insieme, per valutare se esiste una possibile relazione funzionale che le unisce.



[Vedi foto 3:
La comunicazione delle due cavità vista da quella a quota più bassa (orientata a SW)]



Aggiungo qualche dettaglio alla descrizione, con riferimento anche alla loro approssimativa esposizione rispetto ai punti cardinali.

• Cavità a quota inferiore (a sinistra per chi osserva dalla stradella), aperta verso Sud Ovest, ha un orientamento geografico di circa 240° rispetto al Nord. L’apertura ovale ha dimensioni massime di circa m.1,10 (base) x 1,30 (altezza). La pianta ha una forma ellittica che, a parte l’area condivisa con l’altra, va restringendosi vero l’alto, e un’altezza massima, al centro della pseudo cupoletta, di m.1,40
• Cavità a quota superiore (posta a destra rispetto alla precedente per chi osserva dalla stradella), aperta verso Sud Est, ha un orientamento geografico prossimo ai 120° rispetto al Nord: ha l’ingresso largo circa m.1,05 (base) X m.1,25 (altezza). La cella ha forma semi ovoidale di circa m 1,30x1,40 (rastremante verso l’alto, con la citata anomalia di una mancanza di un tratto di parete nella zona adiacente alla precedente) e l’altezza di circa m 1,55.

Di tutti i dati identificativi sopra riportati, soffermiamo un momento la nostra attenzione sugli orientamenti geografici delle due aperture (240° e 120°), perché ci sarà utile nel seguito.
Per orientamento geografico rispetto al Nord (Fig.4), intendo l’angolo rispetto al Nord formato da una linea retta perpendicolare all’apertura che si prolunghi verso l’orizzonte.
Dobbiamo tenere conto che nel contesto in trattazione, tutti gli angoli devono essere misurati solo ed esclusivamente in senso orario, con archi che iniziano sempre dal Nord geografico ( Nord = 0°).


[Vedi immagine 4:
Schema degli orientamenti geografici]


Prima di proseguire ho bisogno di introdurre la definizione di azimut, usato in astronomia e in geodesia, utile agli eventuali lettori che non hanno molta dimestichezza con alcune nozioni astronomiche. Cerco di farlo in modo chiaro e sintetico.

L’AZIMUT di un determinato astro indica un arco di orizzonte compreso tra il nord e la verticale dell’astro stesso misurati da un ben definito punto di osservazione.

Per comprendere anche graficamente il concetto di azimut, potremmo basarci di nuovo sulla figura precedente, molto semplice.
Preferisco però utilizzare direttamente il diagramma solare riferito alla posizione geografica della Gurfa, ottenuto mediante un software informatico specifico.




[Vedi immagine 5:
Diagramma solare della Gurfa, con evidenza degli azimut decritti in questo articolo. L’arco di colore rosso chiaro indica il percorso apparente del sole il 21 giugno, quello più in basso di colore azzurro chiaro indica il percorso del 21 dicembre.]


Il diagramma solare della Gurfa riportato sotto nella (immagine 5) mostra la relazione che esiste fra l’orientamento geografico delle due aperture sopra descritto, e due precisi valori di azimut (120°/140° e 240°, rispettivamente alba e tramonto del solstizio di dicembre).
L’astro di cui stiamo osservando i valori di azimut è quindi il Sole, il più importante per noi sapiens, che da sempre (il sempre umano) permette la nostra esistenza su questo pianeta, e la accompagna con i suoi movimenti ciclici, giornalieri e annuali, che permettono, altro dettaglio non trascurabile, sia la nostra esistenza che quella delle risorse vegetali e animali che da sempre adoperiamo per nutrirci, ma anche il ciclo dell’acqua.
Non vorrei addentrarmi oltre lo stretto necessario su questi temi, per non allontanarmi troppo dall’argomento in esame, tuttavia non posso fare a meno di rammentare, seppure in sintesi, qualche importante aspetto antropologico. Fin dalle prime applicazioni concrete della scoperta dell’agricoltura, i nostri lontani progenitori compresero il collegamento stretto fra i periodi in cui abbondava la produzione dei semi e dei frutti necessari alla nostra vita e l’andamento ciclico annuale della disponibilità di luce e calore proveniente dal Sole. Madre Natura (la maiuscola non è casuale, anche se per molti sembra solo un modo di dire giunto fino ai nostri tempi) non aveva nessuna voglia di dispensare i suoi doni quando ci occorrevano o quando ci facevano più comodo. In effetti la Dea Madre (esplicito richiamo ad un culto molto diffuso fra noi Mediterranei, in quei lontani secoli) seguiva solo le sue regole ferree, legate al ciclo solare, talvolta con incidenti di percorso anche molto gravi, a volte fatali, come ad esempio siccità, carestie o inondazioni.
Posso immaginare che, a questo punto, fra i lettori potrebbe esservi qualcuno piuttosto scettico davanti a qualsiasi tipo di interpretazione di reperti rupestri posta in relazione con determinati eventi astronomici. A questi eventuali lettori chiedo cortesemente di avere la pazienza di arrivare fino in fondo nella lettura, sottolineando nuovamente che in questo articolo ho tenuto separati i fatti e i riscontri cconcreti dalle ipotesi. Userò la necessaria prudenza nella formulazione di questi ultimi, senza evitare di ragionare sugli eventuali dubbi. Ritengo anche opportuno citare qui un paio di autorevoli considerazioni non mie, spero utili a stimolare una riflessione, in particolare fra gli scettici (compresi fra loro alcuni archeologi), inserendo una dietro l’altra le due citazioni seguenti:

“… L’allineamento astronomico è, infatti, un vero e proprio reperto di cultura materiale che, al pari per esempio delle sepolture, ci apre uno dei pochi spiragli sugli aspetti non materiali di società prive del mezzo della trasmissione scritta: perdere questo reperto equivale a scavare senza metodologie stratigrafiche! Di ciò devono rendersi conto gli archeologi quando rinunciano ad orientare le piante di scavo con metodi astronomici, vanificando così per sempre la possibilità di recuperare potenziali allineamenti nelle strutture indagate.”
(…)
“L’eventuale allineamento astronomico presente in un monumento archeologico è, a tutti gli effetti, un vero e proprio reperto di cultura materiale e come tale va trattato, in quanto “elemento dell’orizzonte culturale che lo ha prodotto”. Anzi, assieme alle sepolture, potrebbe essere una delle finestre che ci permettono di gettare uno sguardo sulla cultura intellettuale delle popolazioni preistoriche e protostoriche.” (Marco Codebò, rispettivamente nella Appendice e nella presentazione della edizione italiana del libro di Michael Hoskin - Stele e stelle. Orientamento astronomico di tombe e templi preistorici nel Mediterraneo, Aananke, Torino 2006)

Andiamo subito al sodo: dal sito della Gurfa in cui si trova il nostro reperto, le posizioni del sole sull’orizzonte all’alba e al tramonto di una giornata particolare come il solstizio di dicembre, ossia il giorno più corto dell’anno, sono osservabili rispettivamente con un azimut pari a 120° (alba), e 240° (tramonto).
Dalla posizione del masso di arenaria con le due cavità che si vede nelle immagini qui inserite, i due eventi astronomici si osservano quindi all’orizzonte nei punti suggeriti dalle stesse due rette che indicano l’orientamento geografico delle due grotticelle.
Questo è un fatto.
Anzi, siamo in presenza di una coppia di fatti, uno per ognuna delle due aperture che, sottolineo sono palesemente di fattura umana, e non provengono da erosione naturale.

Potrebbe trattarsi di una coincidenza del tutto casuale. Ma su questo specifico aspetto tornerò più avanti, evitando per il momento la tentazione di approfittare di un detto tipico della letteratura poliziesca: “quando due fatti apparentemente casuali convergono, potrebbe trattarsi di un indizio …”
Considerato che stiamo parlando di determinate posizioni importanti del sole alle albe e ai tramonti dei solstizi, aggiungo un altro fatto, obiettivo e verificabile, di cui per il momento prendiamo solo nota. Nello stesso sito, la posizione sull’orizzonte al tramonto del solstizio di giugno (il giorno più lungo) corrisponde ad un azimut di 300°. Come accennavo, questo dato ci tornerà utile più avanti.
Per nulla rilevante è invece, per questo particolare reperto, l’azimut solare all’alba del 21 giugno (60°), per il semplice fatto che non è visibile dal sito a causa della presenza del rilievo (lo stesso massiccio in cui sono presenti le grandi cavità ipogee della Gurfa e il rilievo al di sopra di esse, conformazione ben nota a chi conosce il sito).
Semplificando, con accettabile approssimazione possiamo dire che, mediamente, alle latitudini del Mediterraneo, durante tutto l’anno le posizioni del sole all’alba e al tramonto sono limitate da questi due limiti insuperabili. Restando sempre nella zona della Gurfa non vedremo mai il sole tramontare più a sud della posizione del solstizio di dicembre (azimut 240°), né mai lo vedremo tramontare più a nord della posizione del solstizio di giugno (azimut 300°).
Il ventaglio angolare delle posizioni al tramonto, compreso fra gli azimut 240° e 300°, vale con buona approssimazione per tutta la Sicilia, a meno di un grado o di qualche decimale in più o in meno, dettagli che sicuramente non interessavano gli umani di quel lontano passato, e quindi non devono preoccupare nemmeno noi. Nelle epoche protostoriche in cui è presumibile che siano state realizzate, anzi, più probabilmente, adattate le due cavità, il concetto di misura numerica esatta non esisteva. Esistevano però le osservazioni empiriche, e con esse una percezione del collegamento fra la ciclicità delle posizioni del sole con l’andamento ciclico della disponibilità di sementi e di frutti.
Fin da tempi immemorabili, e sicuramente dalla scoperta dell’agricoltura, questi eventi sono stati quindi accompagnati da aspetti mitici, rituali e religiosi, ben noti agli studiosi che hanno profonda conoscenza di queste materie.
Anche questi ultimi aspetti vanno annoverati fra i fatti certi, seppure forse siano caratterizzati da un grado di consapevolezza meno immediato. In effetti, si tratta di aspetti meno diffusamente noti, forse perché discendono da una lunga evoluzione culturale (che peraltro sta per essere rapidamente dispersa), e non da spontanea osservazione di aspetti naturali.


2. Le ipotesi
Nel precedente paragrafo ho raccolto i fatti, ossia alcuni dati e riscontri obiettivi che discendono da osservazioni ripetibili e verificabili da terzi, in qualsiasi momento.
Passiamo ora alle ipotesi, esposte con la forza più o meno convincente dei riscontri disponibili.
Nel reperto in esame, osservando gli orientamenti geografici delle due aperture con un po’ più di precisione (compatibilmente con le irregolarità del reperto e con la precisione del rilievo) essi sembrano indicare i due dati seguenti:
• Circa 242° per il vano orientato a SW: possiamo tranquillamente assumere 240° per le considerazioni di seguito esposte;
• Circa 140° per il vano orientato a SE.
L’apparente difformità rispetto alla precisione astronomica (una nostra moderna fissazione …) può essere spiegata con alcune semplici considerazioni. Per prima cosa occorre dire che per potere osservare in piena luminosità un evento solare significativo come un’alba o un tramonto attraverso un semplice allineamento passante per un foro nella roccia e un secondo ben preciso punto di mira (come nella maggior parte degli indicatori solari preistorici siciliani), oppure, come probabilmente avveniva in questo caso, attraverso una simbologia ottenuta da ombre proiettate sul fondo da piccoli betili o statuette sacre, bisognava che il Sole avesse un minimo di forza luminosa.
Ciò corrisponde ad una piccola altezza sopra l’orizzonte qualche istante dopo la sua levata, o viceversa qualche istante prima del tramonto astronomico vero. Pertanto va sempre esaminato con attenzione il contesto locale, ed ipotizzata la situazione ai tempi della realizzazione e del probabile uso del reperto come uno strumento solare. La presenza di rilievi montuosi, e di ostacoli in genere, anche vicini, comporta che l’evento veniva osservato quando fisicamente si verificava sul posto.
Possiamo ritenere (questa almeno è la mia ipotesi) che la cavità aperta verso Sud Est sia stata creata molto tempo prima come sepoltura, molto simile alle altre presenti nella zona.
E’ stato accertato dai ritrovamenti che in alcune necropoli preistoriche le tombe di questo tipo venivano orientate verso il punto in cui sorge il sole nel giorno del solstizio di dicembre. In alcuni rari ritrovamenti preistorici non manomessi si è riscontrato che i corpi dei defunti, di cui sono stati rinvenuti i resti ossei circondati da un corredo funerario, venivano sistemati in una posizione rannicchiata, simile a quella di un feto pronto per la nascita e con la faccia rivolta ad est. Anche questi elementi (in cui è piuttosto evidente la presenza di ritualità legate a speranze o auspici di rinascita) sono noti agli esperti della materia.
Il punto dell’orizzonte con azimut esatto di 120° (alba del 21 dicembre) non è però visibile dal sito in esame, perché si trova dietro il rilievo dove si trova il massiccio roccioso in cui sono stati scavati i grandi ambienti ipogei della Gurfa (Nota 1).
Questo spiega bene il motivo per cui i realizzatori, o più probabilmente coloro che successivamente adattarono una vecchia tomba a grotticella per altro scopo, trovarono molto utile conservare la direzione originaria del suo asse, pari a circa 140°. Come i realizzatori del Neolitico, anche loro infatti dovevano utilizzare l’alba visibile sul posto, osservando direttamente il sole alzarsi in modo netto da dietro la collina.
Un evento che in quel luogo preciso si verifica appunto un po’ più tardi, ossia quando il sole ha un azimut di circa 140°.
Posso aggiungere un dettaglio fisico che mi ha colpito: la sezione trasversale delle due cavità non è affatto simile. Quella orientata verso i 140°, che possiamo ritenere creata inizialmente come sepoltura, ha una sagoma interna più tipicamente semiovoidale. L’altra cavità, ossia quella orientata a Sud Ovest verso il punto di azimut 240° (tramonto del solstizio di dicembre), ha una sezione verticale un po’ diversa, mentre l’apertura presenta i bordi più regolari tanto da ricordare l’aspetto di una nicchia votiva dedicata a qualche Santo, come le tantissime che esistono nelle Chiese cristiane e anche in alcuni centri storici. La maggiore regolarità dei bordi può far pensare non è mai esistita una lastra di chiusura. Tutto l’insieme fa ritenere plausibile una realizzazione successiva, direttamente per lo scopo descritto in queste pagine.
Come dicevo, l’orientamento di quest’ultima (circa 242°), sembra presentare una lieve differenza rispetto al dato astronomico esatto (240°). Si può assumere con un buon grado di certezza che quelle antichissime civiltà, non disponendo di strumenti moderni e precisi come ad esempio un teodolite, “non abbia avuto la possibilità tecnica di stabilire una direzione voluta con una precisione inferiore almeno a ±1°, che peraltro è trascurabile anche nella architettura moderna”. Si deve anche tenere presente che “negli ultimi cinquemila anni lo spostamento del punto ortivo solare ai solstizi è di circa due gradi per la nostra latitudine” (NB: le parole appena riportate fra virgolette sono dell’astrofisico e astronomo Vito Maria Polcaro, coautore di un interessante libro Civiltà del sole in Sicilia, più dettagliatamente citato nelle righe che seguono).

Per dare supporto alle ipotesi contenute in questo articolo, a questo punto ritengo opportuno richiamare l’esistenza di osservazioni e di studi anche recenti che stanno dimostrando la presenza, in molte zone della Sicilia, di numerosi reperti preistorici con caratteristiche tali da farli ritenere degli indicatori solstiziali o, in qualche caso più raro, equinoziali, tutti di epoca presumibilmente preistorica. Fra i tanti già censiti e rilevati, uno dei più rappresentativi, studiato in modo accurato dagli autori del libro Civiltà del sole in Sicilia – Indicatori solstiziali ed equinoziali di presumibile epoca preistorica (autori Ferdinando Maurici, Vito F.Polcaro, Alberto Scuderi), è il cosiddetto Campanaru (“campanile”). Si tratta di una roccia verticale forata di monte Arcivocalotto, a pochi chilometri dalle pendici meridionali del monte Iato, che presenta un orientamento verso l’azimut 123° (±1°), e una inclinazione rispetto al piano orizzontale di 15° (±1°). Quest’ultima corrisponde all’altezza angolare del sole all’alba locale, visto che a causa della presenza di un rilievo i suoi raggi attraversano il foro scavato nella roccia alcuni minuti dopo il momento della levata astronomicamente esatta (cioè l’azimut dell’alba del 21 dicembre che vedremmo se fossimo in mare aperto, con l’orizzonte perfettamente livellato e libero da ostacoli). Un punto privilegiato di osservazione, dove probabilmente un tempo era posizionato un altare di pietra, è stato individuato dagli autori, ed ha tutte le caratteristiche di compatibilità astronomica per l’uso come indicatore solstiziale ipotizzato.





[Vedi foto 6:
L’indicatore solare preistorico localmente noto come “U Campanaru”, in zona monte Iato, provincia di Palermo]


In tutti i casi di indicatori solstiziali, come chiaramente sottolineato nel libro sopra citato, bisogna tenere presente che per qualche giorno a cavallo del solstizio vero e proprio esiste una continuità del fenomeno di allineamento solare, fatto accertato per numerosi monumenti simili di epoca preistorica.
Più che del solstizio, bisogna quindi parlare di giorni solstiziali utili, perché la ripetizione del fenomeno per qualche giorno permetteva di attendere condizioni migliori di visibilità in caso di cielo nuvoloso. E’ forse ovvio e banale, ma preferisco ripetere che per le necessità di quelle epoche, la nostra moderna mania di precisione astronomica non aveva alcun significato.
Il reperto della Gurfa qui analizzato presenta molte analogie di contesto con gli altri indicatori solstiziali.
Della fattura artificiale delle due cavità, indubbiamente realizzate da mano umana, ho già detto.
A parte la presenza del grande complesso rupestre, la cui datazione complessiva è ancora in fase di dibattito (nota 2), va citata la indiscutibile presenza, negli immediati dintorni, di reperti preistorici stabili come le numerose tombe a grotticella, ma anche di almeno una tomba un po’ più grande avente forma tholoidale, dotata di precise caratteristiche riconosciute dal Tomasello (nota 3).
Un’altra probabile tomba tholoidale esiste, oggi inglobata e semi asportata e purtroppo ormai poco percepibile, proprio all’interno della grande cavità campaniforme, descritta in un mio precedente articolo sopra citato.
Circa la presenza di reperti ceramici e bronzei in zona, posso fare solo un cenno reticente senza entrare troppo nei dettagli. Si tratterebbe di almeno un ripostiglio nelle vicinanze, un po’ più a valle del sito, rinvenuto casualmente durante lavori agricoli fatti con i primi trattori meccanici e non manualmente, subito depredato, ricoperto in terra e fatto scomparire dai proprietari del fondo verso la metà del XX secolo.
Rispetto a molti indicatori solstiziali finora individuati in Sicilia, il reperto della Gurfa oggetto di questo scritto presenta però quella che potrebbe essere una interessante caratteristica strutturale: non si tratta di un unico foro più o meno regolare, scavato con asse orizzontale attraversando una roccia emergente di spessore non molto elevato, ma di una coppia di cavità comunicanti fra loro, con i due assi orientati geograficamente verso due eventi solstiziali notevoli: l’alba e il tramonto del solstizio di dicembre.
Si potrebbe quindi ritenere che almeno una delle due, forse la più alta in quota, ossia la ex tomba, potesse fungere come una sorta di ampio oculare di uno strumento di osservazione.
Come accennato, la mia ipotesi è che la rilevazione delle giornate solstiziali potesse avvenire grazie alla probabile presenza di un idoletto in bronzo o un piccolo betile verticale in pietra fissato a metà della larghezza dell’apertura. Nel periodo che noi moderni indichiamo come prossimo alla fine di dicembre, o di avvicinamento al Natale, l’ombra dell’idoletto si proiettava sul fondo quasi orizzontalmente, e colpiva un riferimento, un piccolo segno inciso o forse una figura simbolica dipinta sulla roccia all’interno: qualunque cosa fosse, l’esposizione millenaria alle intemperie e alle variazioni termiche purtroppo non ha lasciato tracce significative.
L’evento, del tutto ovvio, scontato e naturale per noi moderni, ma sicuramente simbolico e sacro per quelle antiche genti, doveva loro apparire come una specie di miracolo o di manifestazione divina che si verificava solo per pochissimi giorni a cavallo del solstizio, e solamente all’alba e al tramonto, rispettivamente.






[Vedi immagini 7A e 7B:
Schematizzazione grafica delle sezioni verticali delle due cavità secondo le ipotesi qui descritte. Le sagome di colore verde rappresentano due probabili idoletti in bronzo o in pietra. Essi al tramonto (figura a sinistra) o all’alba (figura a destra) proiettavano la loro ombra sulla parete di fondo, su un riferimento preciso. La figura di destra mostra che l’asse dell’apertura aveva una inclinazione di circa 15°, compatibile con l’altezza angolare del sole la mattina del 21 dicembre verso le 09:15, quando finalmente appare da dietro la collina con un azimut di circa 140°.]

Con una apparecchiatura del genere la possibilità di mira e allineamento delle posizioni del sole al tramonto lungo tutti i mesi dell’anno sembrerebbe in effetti molto più estesa.
Restando sempre nel campo delle ipotesi, ritengo infatti che esista qualche probabilità che potesse spingersi fino alla precisa osservazione del tramonto del solstizio di giugno, come sembra dimostrare la figura 9 della pagina seguente, in cui ho in uno schizzo manuale ho ricostruito la posizione reciproca delle due cavità viste in pianta. In altri termini, assimilando per un momento il nostro reperto ad un arcaico osservatorio solare compatto (a differenza dei molti già rinvenuti, che prevedevano punti di osservazione e di traguardo posti a distanza), non posso escludere che questa particolare conformazione costituisse un indicatore un po’ più raffinato ed avanzato di altri. In effetti, la conformazione d’insieme si mostra fisicamente compatibile l’ipotesi di uso dell’apparecchiatura come una primitiva forma di calendario solare dei tramonti, disposto sul piano orizzontale costituito dalla base della cavità orientata a 240°.
Il complesso delle ipotesi qui esposte potrebbe forse portare all’idea di una realizzazione avvenuta in un’epoca protostorica che possiamo collocare intorno alla metà del secondo millennio a.C.

[Vedi immagine 8:
Planimetria schematica del reperto. La possibilità di mira e allineamento delle posizioni del sole al tramonto poteva essere molto estesa. Questa immagine e le fotografie riportate più avanti mostrano la compatibilità di fatto con l’ipotesi che l’uso dell’indicatore potesse effettivamente spingersi dal tramonto del solstizio di dicembre fino alla precisa rilevazione del tramonto del solstizio di giugno.]

Ho potuto accuratamente verificare che, dalla Gurfa, l’azimut di 300° (tramonto solstizio di giugno) corrisponde ad un punto cospicuo assolutamente inequivocabile: la montagna di Busambra, un profilo inconfondibile che si staglia in modo perfettamente visibile all’orizzonte.

[Vedi Foto 9A e 9B:
Nella foto scattata internamente, la cui realizzazione ha richiesto qualche acrobazia, Monte Busambra c’è ma risulta poco visibile perché coperto dall’albero. La foschia all’orizzonte e la messa a fuoco automatica hanno reso poco percepibile la montagna, La situazione, come abbiamo accertato, è comunque quella schematizzata nella immagine 8. Forse è poco utile aspettare la fine di giugno per inquadrare con una macchina fotografica il sole che al tramonto entra nella cavità e per qualche minuto attraversa anche l’altra, dato che le foglie dell’albero impediranno il soleggiamento diretto.]


Per la limitata apertura dell’angolo che permette la visione dell’orizzonte intorno a Busambra, si può ritenere che visivamente l’evento fosse caratterizzato da una eliofania intensa e breve, della durata di alcuni minuti.

3. Conclusioni
La maggiore o minore plausibilità delle ipotesi che ho illustrato può essere accompagnata da alcune riflessioni:
• L’ipotesi relativa ad una antica funzione di doppio indicatore del solstizio di dicembre è stata oggetto di una attenta verifica di compatibilità fisica e astronomica;
• Per quanto riguarda la ricerca di una compatibilità culturale e storico antropologica, salvo autorevoli smentite ritengo di poter fare riferimento ad un orizzonte culturale collocabile circa a metà del II millennio a.C. Si rimanda comunque ai numerosi studi esistenti e relativi all’importanza dei solstizi in epoca protostorica e storica, e alle connesse ritualità dell’area mediterranea, ben note agli esperti della materia.
Almeno per il momento, in considerazione dell’attuale insufficienza di rilievi in sito più accurati e approfonditi (lacuna che, per quanto mi riguarda, proverò a colmare al più presto) tenderei invece ad assumere un atteggiamento un po’ più prudente e cauto nei confronti dell’ulteriore ipotesi di uso anche come indicatore del tramonto del solstizio estivo. Non posso nemmeno ignorare l’attuale scarsezza di riscontri di più ampio respiro, come ad esempio attente comparazioni eventuali con reperti più o meno analoghi rinvenuti in altri siti dell’isola. Per gli stessi motivi, al momento terrei sospesa anche l’ultima più complessa ipotesi, ancorché basata sulla osservazione dello stato di fatto del reperto: mi riferisco all’idea di un calendario solare annuale simile ad una rudimentale meridiana solare tracciata sulla base della cavità orientata a 240°.
Lascerei pertanto aperte, senza però scartarle, entrambe le suddette ipotesi, perché attualmente presentano qualche margine di incertezza e di dubbio in più rispetto alla ipotesi di base, quella del doppio indicatore del solstizio invernale. Per bilanciare il peso dei dubbi, bisognerebbe comunque tenere presente che sono noti a Malta templi solari megalitici ben più complessi e molto antichi.
La considerazione dubitativa contenuta nel precedente capoverso va intesa anche come suggerimento utile a stimolare ulteriori studi, rilievi e ricerche. A tal proposito condivido una ulteriore riflessione: la mancanza di visibilità dell’alba del solstizio di giugno (azimut 60°) derivante dalla presenza del rilievo montuoso, porta ad escludere l’ipotesi di uso del reperto in esame anche come indicatore dell’alba del 21 giugno; è quindi possibile ipotizzare che non lontano, probabilmente a quota più elevata, esistesse un altro sistema di allineamenti utile a questo scopo, di cui sarebbe utile cercare eventuali tracce.
Nel 2021 in effetti avevo già indagato, anche se forse in modo ancora incompleto, la possibilità dell’uso della grande cavità campaniforme (in origine una cavità avente forma di thòlos perfetta, secondo la mia ricostruzione storica) anche con le funzioni di indicatore del solstizio di giugno al mezzogiorno solare locale (nota 4).
In attesa di eventuali valutazioni da parte di specialisti più esperti del sottoscritto quelle esposte restano solo mie personali ipotesi, connotate dalla maggiore o minore plausibilità su cui mi sono espresso, e su cui si può discutere. Rivendico comunque almeno l’iniziativa di aver voluto provare a esplorare anche un altro campo di indagine, ossia quello del legame fra il ciclo naturale del sole e la vita di quelle antiche popolazioni.
Questa ricerca autonoma e indipendente è a disposizione di chiunque, avendo a cuore il patrimonio storico e culturale della Sicilia, desideri approfondirla, o anche esaminarla criticamente.

Desidero infine ringraziare gli amici aliesi Pinella Drago e Rosario Fatta, autori di alcuni dei più interessanti scatti fotografici inseriti in questo articolo. Il Sig.Fatta, in particolare, per la disponibilità a recarsi sul posto per mio conto derivante dal fatto che di norma risiedo lontano dalla Sicilia, ma soprattutto per le acrobazie affrontate nel mese di gennaio 2023 per realizzare alcuni scatti anche all’interno della coppia di cavità, fra cui quello che ho scelto per la pubblicazione (Fig.9, immagine a destra).
© Giovanni Ferrara - gennaio 2023

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(Nota 1) Aggiungo che, sulla base di una mia ipotesi di ricostruzione dello stato originario dell’area antistante il complesso rupestre, già esposta in due mie precedenti pubblicazioni, gli ostacoli fisici al passaggio della luce solare all’alba in epoca preistorica erano probabilmente più elevati in quota, e più estesi rispetto alla situazione odierna. Su quest’ultimo aspetto mi limito a citare l’ultima delle due pubblicazioni a cui ho fatto cenno: un articolo intitolato “Alia, nuova ipotesi sull’assetto originario della zona di ingresso della grande thòlos della Gurfa”, pubblicato sulla pubblicazione online Esperonews, disponibile al seguente indirizzo web:
Alia, nuova ipotesi sull’assetto originario della zona di ingresso della grande tholos della Gurfa - Esperonews: Giornale Termini Cefalù Madonie

(Nota 2) A mio avviso la datazione dal grande complesso rupestre della Gurfa va diversificata nelle varie parti. Numerosi indizi e vari riscontri fanno in effetti ritenere che si sia trattato di una successione di interventi umani distribuiti lungo un tempo che si può stimare di circa trentacinque secoli.

(Nota 3) Le tombe a tholos della Sicilia centro meridionale, di Francesco Tomasello (1997)

(Nota 4) Mi riferisco al libro La Gurfa dei misteri, pubblicato a mia cura e spese, nel quale un intero capitolo è stato dedicato a questi aspetti. A seguito dalla probabile recente “scoperta” delle tracce di un antico vestibolo tholoidale dentro la grande cavità campaniforme, (ipotesi che ho illustrato in un mio recente articolo, qui citato nella nota 1), sto attualmente conducendo ulteriori studi e approfondimenti, che potrebbero rivelarsi utili ad ampliare il campo delle ipotesi riguardanti l’intero complesso rupestre e che, molto probabilmente, saranno oggetto di una successiva pubblicazione.

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